Con la Prima guerra mondiale si assiste ad un cambiamento totale della guerra. Il conflitto infatti non è paragonabile a tutti i conflitti precedenti, combattuti da eserciti mercenari in campi di battaglia prestabiliti, ora la guerra si fa globale. Scrive Jünger in La battaglia materiale
«lo stile di un’epoca si manifesta in battaglia con la stessa chiarezza con cui si rivela in un’opera d’arte o nel volto di una città. Per tale ragione nessuna guerra è uguale all’altra, in ciascuna si combatte in nuove forme e con nuovi mezzi in vista di nuovi obiettivi, e in ciascuna fa la sua entrata sulla scena cruenta degli eventi un nuovo tipo d’uomo» (Jünger E., La mobilitazione totale, in Scritti politici e di guerra, Libreria editrice goriziana, Gorizia, 2003, p.65).
Jünger conia il termine mobilitazione totale per descrivere quello che è «un atto con cui il complesso e ramificato pulsare della vita moderna viene convogliato con un sol colpo di leva nella grande corrente dell’energia bellica». Jünger nell’interpretazione che ne dà Patocka della Prima guerra mondiale va a ricercare il suo elemento positivo, quale evento in se stesso dotato di senso, la sua «dimensione cosmica ed epocale, il suo caratterizzarsi come fondamentale mutamento dell’esistenza umana». Con mobilitazione totale è tutta la società che deve partecipare allo sforzo bellico, quindi oltre all’esercito regolare, si può ben parlare di un esercito «delle comunicazioni, del vettovagliamento, dell’industria militare: l’esercito del lavoro in assoluto». Inoltre con questo nuovo modello di guerra anche il soldato stesso deve cambiare, il suo impegno deve essere totale, scrive Guerri:
«sul piano individuale il simbolo e il modo effettivo di operare della guerra non è più rappresentato dal solo braccio che usa l’arma: ora è la totalità dell’individuo, il suo corpo e la sua anima, che sono disponibili a essere utilizzati come arma. Tutto ciò è reso possibile dalla sua totale sottomissione alla “legalità” del sistema del lavoro. Analogamente, sul piano collettivo la massa non è sufficiente che sia coinvolta in senso “nazionalistico”, bensì è necessario che si muti in “massa disciplinata” e cioè che sia assolutamente “disponibile” a funzionare per i nuovi scopi bellici secondo le leggi del lavoro»(Guerri M., La mobilitazione globale. Lo spazio planetario della guerra in Ernst Jünger saggio contenuto in Conflitti globali. La guerra dei mondi n. 1, p. 36)
Per Jünger la distinzione tra tempo libero e tempo del lavoro viene meno, perché il lavoratore è una funzione del sistema che quando non lavora consuma e utilizza servizi, per tornare al concetto di guerra in senso positivo Guerri specifica, utilizzando anche il pensiero di Galli esposto in La “mobilitazione totale” e il nichilismo, di cui riporta alcuni passaggi, che:
«la Mobilitazione totale in quanto riconduzione di tutta la vita sub specie bellica non è solo descrivibile a livello «negativo» come mera distruzione dei vecchi confini tra campagna e città, tra umano e materiale, tra armamento regolare o irregolare, tra dimensione convenzionale e non convenzionale dello scontro armato, ma è concepibile in modo «positivo», come configurarsi di un nuova dimensione spazio-temporale dominata dalla normalità della guerra che scorre nel corpo della collettività. Carlo Galli ha osservato che Mobilitazione totale «significa essenzialmente che la prospettiva e la rappresentazione della guerra governano anche lo stato di pace», ovvero che il ritmo della Mobilitazione «è anche politica della mobilitazione, e che tale politica ha per scopo essenziale la potenza, la possibilità della guerra»».
Questo nuovo modo di intendere la guerra, si può però ritrovare anche in Schmitt, per quanto riguarda l’utilizzo dell’areonautica nelle operazioni militari, che porta una rivoluzione spaziale, dopo la terra e il mare ora anche l’aria diventa un campo nel quale operare una terza dimensione da conquistare, controllare. Per Schmitt con questo nuovo elemento a «i due mitici animali, il Leviatano e Behemoth, se ne sarebbe allora aggiunto un terzo, un grande uccello».
Solo oggi diventa per noi possibile un’idea che sarebbe stata impossibile in qualsiasi altra epoca e che un filosofo tedesco contemporaneo ha così formulato: il mondo non è nello spazio ma lo spazio è invece nel mondo. [il riferimento è a Heidegger]. La seconda constatazione riguarda il rapporto elementare di terra e mare. Il mare non è più oggi un elemento come ai tempi dei cacciatori di balene e dei corsari. La tecnica odierna dei mezzi di trasporto e di comunicazione lo ha trasformato in uno spazio nell’odierno senso del termine. Oggi, in tempi di pace, ogni armatore è in grado quotidianamente e ora per ora di conoscere in quale punto dell’oceano la sua nave in alto mare si trovi. In tal modo, a paragone dell’epoca della navigazione a vela, il mondo del mare cambia in modo elementare per l’uomo. Ma se è così, allora viene anche a cadere la separazione di mare e terra sulla quale fu costruito il legame, sino ad oggi esistito, di dominio del mare e dominio del mondo. Viene meno il fondamento dell’appropriazione inglese del mare e, in tal modo, il Nomos della terra fino ad oggi valido. Al suo posto cresce inarrestabile e irresistibile il nuovo Nomos del nostro pianeta. Lo evocano le nuove relazioni dell’uomo con gli antichi e i nuovi elementi, e lo impongono a forza le mutate dimensioni e i nuovi rapporti dell’esistenza umana. Molti vi vedranno solo morte e distruzione. Alcuni crederanno di vivere la fine del mondo. In realtà stiamo solo vivendo la fine del rapporto, sin ad oggi esistito, tra terra e mare. Ma l’angoscia umana di fronte al nuovo è altrettanto grande quanto quella davanti al vuoto anche se il nuovo è superamento del vuoto. Per questo molti vedono solo insensato disordine dove in realtà un nuovo senso è in lotta per il suo ordinamento. L’antico Nomos viene certamente meno e con esso un sistema complessivo di misure, norme e rapporti che ci sono stati trasmessi. Ma ciò che avanza non è per questo, però, solamente mancanza di misura o un niente nemico del Nomos. Anche nella lotta accanita tra forze antiche e nuove sorgono giuste misure e si plasmano sensate proporzioni..
Anche qui ci sono dèi e governano, grande è la loro misura.
Tornando a Jünger e alla mobilitazione totale, il suo nucleo sta nell’«indissolubile rapporto tra guerra e lavoro» e della nuova «dimensione spazio-temporale» che emerge all’interno «del sistema-lavoro», in questo nuovo sistema inoltre si viene a verificare la «dissoluzione dell’individuo borghese prodotta dal tipo umano del Lavoratore […] l’immagine stessa della guerra finisce per sfociare in quella ben più ampia, di un gigantesco processo lavorativo». In quest’ottica allora anche la concezione di guerra di Clausewitz viene meno e la politica diventa la continuazione della guerra con altri mezzi, spiega quindi Guerri, riprendendo sempre Jünger che
«la politica perde la capacità di controllare e limitare la guerra poiché tutte le costruzioni politiche della modernità vengono svuotate di senso e rese funzionali al dispiegamento della mobilitazione totale. L’«energia bellica» è indifferentemente operante nei diversi punti dello spazio planetario del Lavoratore. Nell’«impiego assoluto dell’energia potenziale, che trasforma gli stati industriali belligeranti in fucine vulcaniche, si annuncia nel modo forse più evidente il sorgere dell’età del lavoro: esso fa della Guerra mondiale un evento storico più significativo della Rivoluzione francese» (Jünger 2003:118).
Ora la guerra della mobilitazione totale da fatto limitato quale era sempre stato storicamente, diventa di fatto illimitata. Scrive Guerri che:
«È proprio questa uniforme e illimitata «disponibilità» all’interno delle singole nazioni che costituisce il senso più profondo della Prima guerra mondiale attribuendo a questo evento, scrive Jünger, un aspetto di «natura culturale». Così come per quanto «illuminanti» le spiegazioni di genere economico si rivelano «inadeguate» per esprimere il senso profondo di imprese» quali la costruzione delle piramidi egizie o delle cattedrali gotiche, analogamente l’«apparire senza scopo» della Mobilitazione totale può essere compreso solo se concepito quale evento «di tipo culturale» (Guerri M., op.cit. 42)
Per quanto riguarda i regimi politici vigenti nei singoli stati che parteciparono alla Prima guerra mondiale, Jünger se ne disinteressa, nella sua concezione infatti gli Stati potevano essere separati solo in base a chi riuscisse o meno a realizzare la Mobilitazione totale, dove la Germania non era stata in grado di realizzarla e infatti
«la Germania doveva inevitabilmente essere sconfitta […] perché pur avendo preparato con tutto lo scrupolo possibile la sua mobilitazione parziale continuava a precludersi la via di quella totale, e perché l’intima natura della sua macchina bellica le consentiva di raggiungere, sopportare e soprattutto sfruttare solo un successo di proporzioni limitate» (Jünger E. 2003:124)
La mobilitazione totale riuscì invece ad un altro paese come gli Stati Uniti e curiosamente essendo questo un paese democratico
«In questo senso il «liberalismo» democratico appare come la condizione politica più adeguata: la «celebre battuta involontaria sui “pezzi di carta“» che Bethmann Hollweg pronuncia dopo avere invaso il Belgio e a fronte delle proteste dei belgi stessi che si appellano ai trattati che garantivano la neutralità alla nazione, mostra che il cancelliere non aveva compreso «che oggi un pezzo di carta come quello su cui è scritta la costituzione ha un significato simile a quello che ha per i cattolici un’ostia consacrata», sicché se «l’assolutismo può permettersi di stracciare i trattati la forza del liberalismo consiste nell’interpretarli». Questa capacità di “interpretazione” dei trattati appare come la forza determinante di una nazione democratica già da tempo disponibile alla Mobilitazione totale come gli Stati uniti».
In base a questo quindi la forma migliore al dispiegamento della mobilitazione totale è la democrazia liberale che però non crea allo stesso tempo un dominio chiaro, uno spazio nel quale applicare il diritto quindi «questo significa che nel mondo della democrazia universale che procede verso una Mobilitazione di carattere planetario non esiste un luogo di potere in base a cui governare la guerra e la pace, né criteri di giudizio secondo cui valutare la moralità e la giustizia di un azione di tipo imperiale da parte di un’organizzazione statale».
Per quanto riguarda l’ambito del diritto nei diversi tipi storici di guerra, Jünger in L’operaio. Dominio e forma scrive: «Nello spirito del principio di nazionalità, l’acquisto di un esigua striscia di territorio al confine è molto meno legittimo di quanto non sia, nel sistema dell’equilibrio dinastico, l’acquisto di un intero regno in seguito a un matrimonio. Nelle guerre di successione si tratta quindi di due contendenti, entrambi di riconosciuto diritto, e uno di essi deve essere scelto secondo un’interpretazione che tende a prevalere sull’altra. Nelle guerre nazionali, si tratta di due specie di diritto, in senso generale. Così, anche le guerre nazionali ci portano allo stato di natura».
In quest’ottica, mancando un tribunale superiore esterno alla nazione (la Società delle nazione è troppo debole per questo compito) «qualsiasi sforzo teso ad aver validità oltre i confini nazionali non può essere fondato che sul “mero dispiegamento di forze”», inoltre per Jünger con questa svolta la guerra perde la forma di rito che l’aveva caratterizzata per secoli divenendo «amorale e non- cavalleresca», una guerra priva di regole. Seguendo Galli «nell’età globale guerra e politica non formano spazio, in senso politico moderno, westfaliano», lo stato non produce più politica e storia e quindi scrive Jünger in Lo stato mondiale «con il raggiungimento della sua grandezza finale, lo stato non conquista soltanto la sua massima estensione spaziale, ma anche una nuova qualità. Lo stato in senso storico cessa di esistere». Il cambiamento delle modalità della guerra date dalle nuove tecnologie a partire dalla prima guerra mondiale è così descritta da Jünger: «L’età del colpo mirato ormai è alle nostre spalle. Il comandante di una squadriglia aerea che a notte fonda impartisce l’ordine di bombardare non fa più alcuna distinzione tra militari e civili, e la nuvola di gas letale passa come un’ombra su ogni forma di vita. Ma la possibilità di siffatte minacce non presuppone una Mobilitazione parziale o generale: presuppone una Mobilitazione totale, che si estende anche al bambino nella culla. Esso è minacciato come tutti gli altri se non addirittura di più» (Jünger E., 2003:121).
In questa descrizione sta tutta l’atrocità della nuova «guerra dei Lavoratori» qui notiamo tutto lo «svuotamento di senso dello ius publicum europaeum e della organizzazione statale che sulla limitazione e sulla regolamentazione della guerra si fondava» (Guerri M., op.cit. pag.47). Per Jünger inoltre con questi cambiamenti la figura del soldato viene sostituita da quella del partigiano perché i conflitti in questa nuova forma tenderanno sempre di più ad essere irregolari e quindi porteranno anche alla fine dell’esercito di massa e alla figura tradizionale del soldato, che può ora essere ad un tempo simile alla figura del «poliziotto», del tecnico, dello «scorticatore», del «macellaio». La guerra tra stati diventa ora una guerra civile mondiale, Weltbürgerkrieg. Scrive Schmitt in Il nomos della terra: «Nella misura in cui oggi la guerra viene trasformata in azione di polizia contro i turbatori della pace, criminali ed elementi nocivi, deve anche essere potenziata la giustificazione dei metodi di questo police bombing. Si è così costretti a spingere la discriminazione dell’avversario in dimensione abissali» (Schmitt C, Il nomos della terra, Adelphi, Milano, 2011 p.430).
Successivamente nella premessa all’edizione italiana de Le categorie del “politico” del 1971 scrive
«oggi l’umanità è intesa come una società unitaria, sostanzialmente già pacificata; […] al posto della politica mondiale dovrebbe quindi instaurarsi una polizia mondiale. A me sembra che il mondo di oggi e l’umanità moderna siano assai lontani dall’unità politica. La polizia non è qualcosa di apolitico. La politica mondiale è una politica molto intensiva, risultante da una volontà di pan-interventismo; essa è soltanto un tipo particolare di politica e non certo la più attraente: è cioè la politica della guerra civile mondiale (Weltbürgerkriegpolitik)»;
anche se questa spiegazione è stata data da Schmitt nel 1971 è bene ricordare che il primo nucleo teorico sulla nuova forma della guerra è rintracciabile nell’opera Der Begriff des Politischen del 1927.