L’evoluzione del concetto di guerra – parte I

Il mondo romano e il diritto romano già distingueva tra nemico, hostis, e criminale, ma questo mondo era ancora considerato un cerchio, un orbis, dove i confini erano rappresentati dalle colonne d’Ercole, la difesa il limes. , inoltre mancava l’opposizione tra terra e mare, c’erano imperi continentali e fluviali e al limite talassici (del mare interno), ciò non di meno però esisteva una “prassi giuridica internazionale che conosceva una varietà di guerre, leghe e alleanze”(Schmitt C., Il nomos della terra, Adelphi, Milano, 2011:31,32).

Andando ancora più indietro nel tempo possiamo vedere come già nel 1279 a. C. il re ittita Khattushilish II e il re egizio Ramsete II stipulassero un trattato di pace, amicizia e alleanza, questo per dimostrare che l’arte della diplomazia ha radici che si perdono nel mondo antico come è chiaro che «nonostante tutto ciò, tutto questo era diritto internazionale, Jus gentium, soltanto in un senso incompleto e indeterminato […] confinato nel quadro e nell’orizzonte di una visione non complessiva e non globale dello spazio, e di una terra ancora non misurata scientificamente» (Schmitt C., 2011:34). 

Con i dovuti avanzamenti questo tipo di conformazione valse «sia per gli imperi est-asiatici e indiani, sia per quelli dell’Oriente fino alla loro nuova conformazione nell’Islam, per l’Impero di Alessandro Magno, per gli imperi romano e bizantino, per quello franco di Carlo Magno e per l’impero romano dei re germanici del Medioevo, come pure per tutte le relazioni intercorrenti tra questi imperi». (Schmitt C., 2011:35). 

Anche il diritto feudale fu «puramente terraneo» e ignorava completamente il mare. L’ordinamento medievale nacque da occupazioni di terre (i vandali in Spagna e i longobardi in Italia), sia come conquiste di territorio prima romano, sia nel rispetto dell’ordinamento spaziale dell’impero come le occupazioni germaniche (ostrogoti e burgundi in Gallia e Italia), che si fecero assegnare il territorio nell’ambito di un vigente diritto internazionale interimperiale, secondo le regole dell’acquartieramento militare, la Hospitalitas (cessione 1/3 casa a militari). Secondo questa logica Odacre (generale romano e in seguito re degli Eruli e patrizio dei Romani) ottenne un terzo di terra per la sua gente, al quale poi subentrarono gli ostrogoti. Nacquero così nuove nazioni e nuove unità politiche e anche un nuovo diritto internazionale europeo, questa nuova unità complessiva di diritto internazionale fu chiamata respublica christiana e il suo nomos era caratterizzato da diverse suddivisioni: 1) territori pagani erano territori di missione e potevano essere assegnati dal Papa a un principe cristiano; 2) continuità Impero romano con quello Bizantino era un problema solo per Balcani e oriente; 3) il territorio di imperi islamici era suolo nemico, da conquistare con crociate, guerre giuste che potevano diventare sante; 4) territorio dei principi e popoli europei era diviso in principati e corone, chiese, chiostri e monasteri, signorie castelli, circondari, città e universtates di vario genere. Per quanto riguarda i conflitti tra principi cristiani all’interno della respublica christiana può dirsi che erano più simili a faide, guerre limitate, «che non dissolvevano e non negavano affatto questo ordinamento complessivo comune» e questa unità della respublica christiana aveva nell’imperium e nel sacerdotium i suoi ranghi gerarchici adeguati e nell’Imperatore e nel Papa i suoi portatori visibili. L’unita medievale di imperium sacerdotium non fu mai un accentramento di potere in mano ad un unico uomo, ma era basata sulla distinzione tra potestas auctoritas quali principi di ordine diversi in cui viveva l’ordinamento della respublica christiana. 

Dal XIII secolo in poi la dottrina aristotelica della societas perfecta venne adoperata per separare Chiesa e mondo in due generi di societates perfectae generando questa decisiva opposizione. La lotta tra imperatore e Papa non fu una lotta tra due società, neppure per un istante l’unità della respubblica christiana venne messa in discussione, e questo è confermato dal fatto che anche re non germanici potevano essere nominati imperatori. Questo conflitto era infatti sostanzialmente diverso e non paragonabile alle successive opposizioni tra Stato e Chiesa tipiche dello Stato moderno, l’imperatore infatti non aveva potere assoluto, era un kat-echon, «era l’elevazione di una corona, ma non un’ascesa verticale, rettilinea, e quindi non un regno sopra ai re, una corona di corone, e neppure il prolungamento di un potere regio o, come si verificò più tardi, la componente di un potere dinastico, bensì un incarico proveniente da una sfera diversa da quella della regalità», l’imperatore poteva quindi dopo una crociata rinunciare al trono e tornare »solo» re del suo popolo «impero significa qui il potere storico che riesce a trattenere l’avvento dell’anticristo e la fine dell’eone attuale» (Schmitt C., 2011:46-47). 

L’evoluzione successiva si avrà con il cesarismo e segnerà la fine dell’impero inteso nel senso medievale del termine, perché venne meno l’idea di kat-echon, l’idea cristiana di impero. Il cesarismo, il cui primo esempio puro si verificò con l’Impero di Napoleone Bonaparte, la cui genesi si trova nella Rivoluzione francese, era infatti svincolato da un regno e da una corona reale. Ma il significato cristiano di Impero venne meno già «quando i re germanici si procurarono un potere dinastico , l’impero divenne un elemento costitutivo di questo potere. Con ciò esso cessava di essere l’elevazione di una corona basata sull’opera di un kat- echon ovvero di un regno fondato su una terra e sul proprio popolo». Con la perdita del ruolo di kat-echon dell’imperatore e la conseguente dissoluzione della sue fondamenta spaziali iniziò anche la dissoluzione dell’ordinamento medievale. «segno della dissoluzione dell’impero cristiano medievale [fu] il fatto che si formassero unità politiche tendenti a sottrarsi, non solo di fatto, ma anche giuridicamente, all’imperium, cercando di confinare l’auctoritas del sacerdotium alle cose meramente spirituali. Di ciò è espressione la formula , sorta in Francia, delle civitates superiorem non recognoscentes». A questo proposito Carl Schmitt pone il dubbio se in realtà la formula neghi effettivamente ogni riconoscimento a autorità superiori, perché comunque continuavano ad esistere forti suddivisioni spaziali, come il diverso status di diritto internazionale riconosciuto al territorio cristiano europeo e a quello non cristiano oppure la diversità dei tipi di nemico e di guerra. Quindi possiamo dire seguendo sempre Schmitt che «solo un ordinamento spaziale completamente diverso mise fine al diritto internazionale dell’Europa medioevale [che] sorse con lo Stato territoriale europeo spazialmente chiuso e accentrato, sovrano nei confronti dell’imperatore e del Papa, ma anche di ogni altro vicino: uno Stato che disponeva dinanzi a sé di uno spazio libero e illimitato, destinato all’occupazione, nelle terre d’oltremare». (Schmitt C., 2011:51-52).

Le scoperte del XVI e XVII resero necessario un nuovo ordinamento globale dello spazio. Iniziò così in questo periodo l’epoca del moderno diritto internazionale europeo che si concluderà solo nel XX secolo. Ora ad essere divisa, misurata, delimitata e occupata doveva essere la terra nel suo insieme globale. Con la scoperta del continente americano si completò la conformazione dell’età moderna caratterizzata dall’elemento di espansione di orizzonte geografico da una parte e dalla nascita dello Stato moderno dall’altra. 

«Il diritto internazionale europeo tra il secolo XVI e il secolo XX considerava le nazioni cristiane d’Europa quali creatrici e portatrici di un ordinamento valido per tutta quanta la terra. Con “europeo” si designava allora lo status “normale”, che si pretendeva determinante anche per la parte non europea del globo. Civiltà era sinonimo di civiltà europea. In questo senso l’Europa continuava a essere il centro della terra. Ma naturalmente, con la comparsa del nuovo mondo, questa Europa era costretta al ruolo di vecchio mondo. Il continente americano era infatti realmente un mondo del tutto nuovo, perché anche quegli eruditi e quei cosmografi dell’antichità e del Medioevo che erano a conoscenza della sfericità della terra e del fatto che le Indie potevano essere raggiunte da occidente, non avevano avuto alcun sentore del grande continente situato tra l’Europa e l’Asia orientale» (Schmitt C., 2011:82).

Con queste scoperte iniziò allora l’equiparazione tra la superficie terrestre e marittima che comportò un cambiamento nelle tradizionali divisioni fino ad allora compiute. Oltre ai nuovi strumenti dati dall’avanzamento delle tecniche cartografiche per la spartizione della terra iniziò anche quello che Schmitt definisce pensiero per linee globali, necessario per mettere ordine al caotico movimento dei conquistatori europei e alle lotte per la divisione del nuovo mondo. 

La prima linea fu stabilita con l’editto di Papa Alessandro VI Inter caetera divinae del 4 maggio 1493 e andava «dal Polo Nord al Polo Sud cento miglia a Ovest del meridiano delle Azzorre e di Capo Verde» .

Subito successiva a questa linea fu quella fissata dall’accordo di Tordesillas tra spagnoli e portoghesi del 7 giugno 1494 e poi ratificata da Papa Giulio II, dove la linea fu «leggermente spostata verso occidente e tracciata pressapoco al centro dell’Oceano Atlantico, 370 miglia a ovest di Capo Verde» mentre la linea del confine orientale passava per le isole Malucche, secondo la ripartizione gli spagnoli avevano diritto alla conquista a ovest della linea e i portoghesi a est della stessa. 

Successivamente con il trattato di Saragozza stipulato il 22 aprile del 1529 fu definitivamente fissata la raya dell’Oceano Pacifico con l’assegnazione delle Isole Malucche al Portogallo in cambio di un risarcimento da versare alla corona spagnola. Il principio che stava alla base di queste ripartizioni era il riconoscimento di un’autorità , di un arbitrato comune per entrambi i Paesi rappresentato dalla Chiesa «anche se il Papa non assegnava in quel tempo il possesso di terre, ma soltanto territori di missione, ciò costituiva pur sempre anche l’espressione di un ordinamento spaziale che distingueva tra aree di potere appartenenti a principi e popoli cristiani e aree appartenenti a principi non cristiani. Nella prassi le zone di missione non potevano essere separate da quelle destinate alla navigazione e al commercio. La raja presupponeva dunque che i principi e i popoli cristiani avessero il diritto di essere investiti dal Papa di un’incarico di missione, in forza del quale potevano evangelizzare i territori non cristiani, nel proseguimanto della missione, occuparli». 

Su basi completamente diverse si formarono le amity lines che comparvero inizialmente, come clausola segreta, nel trattato ispano-francese di Cateau- Cambrésis del 1559, che metteva fine alle guerre d’Italia (e dava inizio al predominio spagnolo in Italia) e al conflitto tra gli Asburgo e la Francia. Appartengono quindi all’epoca delle guerre di religione. Le linee di amicizia passavano «a sud per l’Equatore o il Tropico del Cancro, a ovest nell’Oceano Atlantico, a un grado di longitudine passando per le Isole Canarie o per le Azzorre o al congiungimento delle due linee». Lo scopo di tali linee era di dividere il vecchio mondo dal nuovo all’interno del quale cessava il diritto pubblico europeo «qui aveva fine dunque anche la limitazione della guerra operata dal diritto internazionale fino ad allora vigente, così che la lotta per la conquista territoriale diventava sfrenata. Al di là della linea iniziava una zona “d’oltremare” dove, a causa della mancanza di ogni limitazione giuridica della guerra, valeva solo il diritto del più forte. La particolare caratteristica di queste linee d’amicizia consiste nel fatto che esse, del tutto diversamente dalla raya, definiscono l’esistenza di uno spazio bellico tra potenze contraenti, artefici della conquista, e ciò proprio perché ad esse manca ogni altro presupposto e ogni altra autorità comuni» (S chmitt C., 2011:92).

Fu da questa nuova organizzazione dello spazio che scaturì l’espressione beyond the line, per indicare uno spazio dove le regole “dell’al di qua” non valgono più, dove vige solo lo stato di natura, il diritto del più forte. Inoltre le linee di amicizia segnarono la differenza tra due diversi tipi di spazio libero, quello terrestre rappresentato dalle terre americane da conquistare e quello del «mare aperto, gli oceani scoperti da poco, considerati da francesi, olandesi e inglesi come un ambito di libertà».

Ora, queste linee di amicizia segnando in modo così netto le differenza tra spazi diversi di libertà vennero fortemente criticate da un pensatore come Pascal; quando affermava che «un meridiano decide della verità” per egli infatti questo meridiano «ha effettivamente aperto un abisso tra libertà, ovvero l’assenza del diritto tipica dello stato di natura, e l’ambito di uno stato civile ordinato».

Per quanto riguarda lo stato di natura che vige oltre la linea, e per meglio capire cosa si intende in questo, è d’aiuto il pensiero di Thomas Hobbes per il quale «lo stato di natura è un regno di lupi mannari» homo homini lupus contrapposto al homo homini homo che Francisco de Vitoria descriveva nel De Indis. Lo stato di natura descritto da Hobbes si manifesta nel nuovo mondo che è si «una terra di nessuno, ma non per questo un non-luogo, che infatti è ben localizzabile nelle nuove terre di conquista. Successivamente il concetto di stato di natura in Hobbes assumerà solo un valore teorico di studio , distaccandosi dalla componente concreta, ma inizialmente è proprio con gli americani che Hobbes descrive gli uomini tipici dello stato di natura. Comunque in definitiva le linee di amicizia servirono, secondo un’interpretazione giusinternazionalistica a delimitare una zona di lotta extraeuropea e limitare in questo modo la guerra europea. «In una prospettiva storico-giuridica si può ben dire che l’idea della delimitazione di uno spazio d’azione liberato da ostacoli giuridici, di una sfera -esclusa dal diritto – in cui possa darsi l’uso della forza, corrisponde a un modo di pensare certamente molto antico, che però è rimasto fino alle epoche più recenti tipicamente inglese, mentre è divenuto sempre più estraneo al pensiero giuridico e legalista statale delle nazioni europee continentali». Conseguenza di questo è anche il fatto che «il diritto inglese ha anche operato una chiara distinzione tra l’ambito territoriale della madrepatria, quale ambito spaziale di validità del common law , e gli altri ambiti spaziali, e ha considerato il common law come law of the landlex terrae, e ulteriore conseguenza fu la specifica valenza della regolamentazione inglese dello stato di eccezione, il martial law, basato sull’idea di “uno spazio delimitato, libero e vuoto. Mentre in Francia lo stato di eccezione divenne, nel corso del secolo XIX, un’istituzione giuridicamente regolata nella forma dello stato di assedio, il martial law del diritto inglese, al contrario rimase un ambito, temporale e spaziale, di sospensione di ogni diritto» (Schmitt C., 2011:98-100).

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